Vini da Collezione : cosa ne determina lo status ?

vini da collezione occupano una quantità infinitesimale di mercato rispetto alla produzione globale ma, proprio per questo, sono ambiti e ricercati.

In fondo nulla è diverso rispetto ad altri campi di pari livello come Auto, gioielli, orologi, e quant’altro.

Rappresentano l’eccellenza dell’esclusività, un piccolo e fantastico mondo in cui tutti vorrebbero accedere ma, ovviamente, solo pochi possono beneficiarne.

Credo sia parte integrante della natura umana cercare di avere ciò che non si ha, o perlomeno, fantasticarci al riguardo.

Anche la storia ci racconta che esiste sempre qualcosa che non abbiamo ma aneliamo di poter annoverare tra le nostre proprietà.

Ora, senza addentrarsi in iperboliche divagazioni vale però la pena cercare di identificare quali possono essere i fattori predominanti che determinano la collezionabilità di una bottiglia.

Il noto magazine britannico “Decanter” ha da poco identificato quelli che possono essere identificati come i capisaldi di questa classificazione .

Sia in Inglese che in Italiano una bottiglia si trasforma in un vino “da collezione” tramite le “3 P” : Produzione (in volume), Produttore (e la sua reputazione) e Provenienza.

Partiamo dalla Produzione che è senza dubbio il primo perno su cui ruota tutto il resto, ma è anche il più facile da capire .

Se analizziamo Il numero di aziende di alto livello in un determinato territorio probabilmente otterremmo un numero limitato, così come le loro produzioni, che diventano rare via via che l’annata diventa più vecchia a ritroso nel tempo.

Un chiaro esempio è il motivo del successo delle etichette di Borgogna che sta proprio nei numeri, piccolissimi.

Ma lo stesso risultato lo otteniamo se andiamo ai produttori top di Bordeaux, che per volumi si avvicinano più alle grandi etichette italiane, come Masseto, Sassicaia, Solaia, Ornellaia, ma anche il Brunello Biondi Santi o Soldera Case Basse a Montalcino, o i Barolo di Giuseppe Mascarello, Bruno Giacosa e i cru di Angelo Gaja.

Sia un caso che nell’altro le produzioni sono sempre una piccolissima parte di quella mondiale.

Per quanto riguarda la seconda “P”, ovvero la Reputazione, invece, è un concetto più etereo.

Il mondo del vino ad alto livello di collezionabilità ha basi storiche che possiamo collocare verso la metà del 1800 .

Certo, vi sono aziende  che hanno costruito la loro reputazione in secoli, altri sono stati capaci di fare altrettanto, con grandi capacità, innovazioni, od investimenti abbinati a delle buone strategie di comunicazione, in pochi anni.

Il mondo del vino è cambiato molto negli ultimi 30 anni per cui è naturale che tutto scorra più veloce.

L’ultima “P”, la provenienza, è fondamentale per non vanificare tutto il lavoro delle altre due.

Potremmo anche trovarci per le mani il miglior vino del mondo, ma se è stato conservato nella vetrinetta della nonna posizionata davanti ad una finestra esposta a sud, o sul cornicione del caminetto del salotto probabilmente una grossa parte del suo appeal storico e, con ogni probabilità, della sua qualità (oltre che ovviamente, del suo valore) l’abbiamo persa per strada

Ovviamente non tutto è determinato solo da questi 3 fattori, perché la desiderabilità di un vino passa anche per la denominazione di provenienza.

Sappiamo bene che, per restare in Borgogna, un Rully non si avvicina nemmeno lontanamente alle quotazioni di un Chassagne Montrachet, ma son pur sempre due Chardonnay prodotti a 10 km di distanza. Stessa cosa vale per l’Italia oppure, nella più vicina Toscana, alla distanza che separa, nei prezzi e nella reputazione, Brunello di Montalcino e Nobile di Montepulciano, separate, geograficamente, da qualche decina di chilometri.

L’ultima grande discriminante, in un mondo che deve rispettare le leggi della natura è sicuramente l’annata, perché la corsa all’acquisto, nelle vendemmie più celebrate dalla critica internazionale, è sotto gli occhi di tutti: restando sull’esempio la 2010, ha visto per la prima volta un vino Italiano, Il Barolo Riserva Monfortino di Giacomo Conterno, superare la fatidica quata dei 1000 € a bottiglia ed entrare nel ristrettissimo lotto degli immortali.

Infine, le edizioni limitate, come le etichette d’artista, che rendono un vino già raro unico, se non introvabile: sono un esempio calzante le etichette d’autore di Chateau Mouton Rothschild, firmate negli anni dai più grandi artisti del momento, tra cui Dalì, Mirò, Chagall, Picasso ed Andy Warhol, ma anche le Vendemmia d’Artista di Ornellaia, che declinano ogni annata attraverso la visione di un pittore o uno scultore.

Credo per per oggi basti così.

A presto

Maurizio Marchisio

Maurizio Marchisio

Da circa vent’anni frequento quotidianamente Il mondo del Food & Beverage anche sotto forma di lavoro ed ogni volta che mangio, bevo, viaggio o cucino diventa automatico confrontare, curiosare, sperimentare, perchè è più forte di me provare ad immettere nel caos ordinato che alberga nella mia testa l’infinità di stimoli cognitivi e culturali che mi fornisce questo variegato ed incoerente mondo enogastronomico.

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